28
ago

Apologia della sbronza

Ma quanto tempo è che non mi prendo una sbronza? Non un leggero giramento di testa come questo inverno nella mia solitaria casa milanese quando mi faceva compagnia una fredda bottiglia di vino dello SMA, ma una ubriacatura che lì per lì cominci a sottovalutare. Poi quando hai finito l’ultimo bicchiere cominci a pensare che non c’è più divertimento a bere, troppa resistenza. Fai 4 passi e ti accorgi che qualcosa sta salendo (e non è vomito, almeno per ora). Cominci a parlare con qualcuno e ti accorgi che è come se sentissi le tue parole da una radio, con l’unica differenza che in radio non fanno tante difficoltà a mettere le parole una dietro l’altra. Ti accorgi quanto sia difficile il linguaggio umano. Mentre cammini ti sforzi di farlo in linea retta e i piedi cominciano ad incrociarsi davanti a te perchè oramai hai perso quasi ogni rapporto con il mondo esterno. Allora fai una breve riunione con il tuo io razionale, o quello che ne rimane, ma lui abbandona subito perchè decide di andarsi a fare una birra, offeso perchè quando c’è da sbronzarsi lui non viene mai chiamato. La decisione presa all’unanimità è quella che forse è meglio sedersi. Le strade solitamente sono 2: arrancare a schiena curva e barcollante verso il gradino più vicino o abbandonarsi con tutto il proprio corpo sul posto, qualsiasi esso sia. E l’atterraggio non è sempre dei migliori a causa di quel qualsiasi esso sia. Si può essere fortunati e atterrare su della comoda e fresca sabbia, aprire gambe e braccia a 4 di bastoni e lasciarsi cullare dai fumi dell’alcohol che sta venendo digerito dallo stomaco il quale, accortosi della difficoltà dell’impresa, ben presto consegnerà lo scomodo fardello al fegato, che già chiede pietà. A quel punto l’ubriacatura può avere un risvolto poetico e il mondo gira tutto intorno, e noi soli, in silenzio, come l’ultima goccia sul fondo della bottiglia di Jack che non vuole mai uscire. Si potrebbe iniziare a vagare per gli angoli sperduti della mente e pensare quanto piccoli siamo. Si potrebbe. Se il terreno di atterraggio delle membra etiliche è una strada o una piazza allora la situazione da poetica degenera in tragicomica. Chi non ha ancora lo stomaco nelle stesse condizioni di uno specchio caduto dal settimo piano  ingilla ancora tra le mani un bicchiere bevendolo a brevi e piccoli sorsi. Si comincia a farfugliare con gli amici, tutti ovviamente ciucchi, deridendo il primo che vomita lì nell’angolo.

Ovviamente non è tutto rosa e fiori perchè arriva il momento in cui di rosa c’è solo una pozzanghera di vomito e i fiori ti sfarfallano davanti gli occhi che oramai sono 3 metri sopra le orbite. Ma è lo stesso tutto molto bello.