20
nov

Seconda prova di Quorum!

Quello che segue è il racconto che ho scritto per la seconda prova di Quorum, "un reality blog" (more info quì).


Ma è davvero questo il luogo che poteva dare a me l’aiuto che cercavo? Sembrava che le stesse pareti strabordanti di chiazze d’umido chiedesserò pietà e volessero scappare lasciando che il tetto crollasse su questi derelitti, facendogli anche il pacere di liberarli dalle loro tribolazioni terrene. Per non parlare di loro, questi sottoprodotti della specie umana che sarebbero statisimpatici a un Gesù Cristo qualunque, ma di certo non a me. No, io non sono come loro. Non era autoconvincimento ma la realtà più palese. Si vedeva già da come erano vestiti, da come si presentavano che non amavano la società, e la società non amava loro. Figuriamoci quando sarebbe iniziatol’incontro , avrebbero aperto le loro fetide bocche nere di nicotina e liquirizia masticata da due soldi e avrebbero cominciato a raccontare le storie della loro triste e inutile vita. Questo è il risultato del chiedere aiuto a qualcuno per la prima volta nella mia vita, per rialzarmi e ricominciare dopo quello che era successo. Qualcuno era morto ed era una cosa troppo grande per me.L’avevo capito già guardando negli occhi lo psicologo mentre mi allungava il biglietto con l’indirizzo di questo posto che non sarebbe servito a niente. Ma oramai sono quì, darò a queste amebe un piccolo assaggio di quella che è stata la mia vita, di cose che probabilmente non vivranno mai.

La porta si aprì sbattendo contro il muro ed entrò una signora sulla sessantina, capelli bianchi e una cartella in mano dalla quale penzolava una penna legata con uno spago. Si sedette sulla sedia al centro del semicerchio e diede un veloce sguardo al foglio. Mentre faceva un piccolo segno con la penna disse: "Buonasera a tutti, come vedete tra di noi c’è un nuovo ospite" si girò verso di me e dopo avermi squadrato disse "quì siamo soliti non chiamarci con i nostri veri nomi, tu come preferisci? Michele D.M. oppure M. Di Maio?". Le risposi "Michele andrà benissimo". "Bene Michele, ti va di cominciare tu stasera?". Diedi un’ultimo sorso di whiskey e le dissi "Non c’è problema, e grazie per non aver detto in giro il mio vero nome, lo apprezzo molto". Vecchia rincoglionita. Alzai gli occhi che caddero su un calendario. Era già passato un mese ma mi sembrava ieri, i ricordi di quel giorno erano ancora vivi, fissati sulla retina del mio occhio come se fossero statil’ultima cosa che avessi visto in vita mia. I giorni successivi fino ad oggi invece erano decisamente meno chiari, sarà stato il whiskey al quale avevo affidato tutto il mio sconforto.

"Erano oramai quattro mesi che la vedevo. Abita…abitava…in un sobborgo poco fuori città in un’anonima palazzina di mattoni con grandi finestre e una scala antincendio che oramai conoscevo a memoria. Non perché mi piacessero le entrate spettacolari, semplicemente perché lei era sposata e se l’amore è cieco il vicino ci vede fin troppo bene. Per fortuna lui era il custode di una banca e facendo il turno di notte io potevo entrare tranquillamente dopo il lavoro e portare un po’ di felicità a quella ragazza che avevo conosciuto nel bar dove lavorava come cameriera. Ho preso più caffè quella settimana che nel resto della mia vita finchè la passione non scoppiò una sera dopo l’ora di chiusura nel retro del locale." In quel momento fu come se le sue gambe bianche cominciassero a muoversi davani ai miei occhi facendosi spazio tra le lenzuola. Mi rividi ancora una volta quella sera entrare in lei come un’ape mellifera entra con tutto il suo addome peloso all’interno di un bianco giglio innocente per succhiarne la dolce linfa. La storia senza dubbio piaceva al mio pubblico improvvisato. Qualcuno a stento tratteneva la bava alla bocca, probabilmente l’unica donna che avessero mai visto oltre la loro madre era l’ostetrica che li ha tirati fuori quel giorno che poi avrebbero stramaledetto tutta la vita. Non potevo entrare nei particolari altrimenti qualcuno avrebbe sicuramente iniziato a masturbarsi. E poi mi faceva senso parlare di lei in un tale contesto, sarebbe stato come leggere Petrarca tra i maiali che grufolano nel fango. "…quella mattina però nella banca ci fu una rapina e lui fu mandato a casa prima. Quando entrò nella camera da letto aveva già in mente che fare, aveva sentito i nostri gemiti già dalla porta d’ingresso dell’appartamento. A bruciapelo piantò una pallottola nello stomaco della moglie. Il bastardo aspettò qualche secondo per farmi rendere conto di quello che stava succedendo e mandarmi all’inferno con il senso di colpa. Furono i 30 secondi più lunghi della mia vita. Fece fuoco e mi colpì alla tempia, di striscio ma uscì abbastanza sangue da dargli la sicurezza che fossi morto, girò le spalle e uscì dalla camera. Per fortuna non controllò mai se fossi morto o no". Mi interruppe un ragazzo sulla ventina, due occhiaie e un viso scavato che raccontavano meglio di qualsiasi referto medico i suoi trascorsi di tossicodipendente: "Ehi amico, ma io questa storia la conosco, l’ho sentita alla tv, lei non era morta ma l’amante fu ucciso dal marito che poi si è puntato la pistola in bocca e si è fatto saltare". Replicai: "Ti sarai sbagliato – gli dissi passandomi la mano tra i capelli – come vedi sono perfet…" mi interruppi quando le mie dita passarono su della roba molle come gelatina, sembrava una ferita dalla forma circolare con la pelle che si sollevava attorno verso l’esterno come se un pezzo di cervello avesse deciso di scavarsi un buco e uscire a vedere cosa ci fosse oltre quella testa di cazzo. Sentivo distintamente i pezzi di cranio che mi pungevano nella carne. Sembrava un foro d’uscita di un proiettile. Quando realizzai che effetivamente era così mi trovavo ancora lì, in quella camera da letto, non mi ero mai mosso dalla pozza del mio stesso sangue. Evidentemente la mente aveva fatto harakiri prima del resto del corpo. Oppure è una fase normale quando oramai il punto di non ritorno è superato, quel tugurio era un limbo in cui ero rimasto sospeso negli ultimi istanti della mia vita per lasciarmi riflettere su quello che mi era successo. Sentii di nuovo i passi avvicinarsi per completare il lavoro, lui era andato a prendersi un panino, l’ultimo pasto dopodichè l’unica cosa che avrebbe ingerito sarebbe stato piombo. Ora sapevo come la storia sarebbe finita ed ero sollevato di sapere che lei sarebbe stata bene. Sentii il freddo metallo della canna al centro della mia fronte mentre lui mi diceva: "Con questa i conti non sono chiusi, ci rivediamo tra poco all’inferno".