13
nov

Italo-Indiano: Kovalam

Ci voleva proprio un’altra settimana di mare. Stavolta sono sceso ancora un po’ più al sud rispetto a Varkala, anche se non di tanto. Il treno notturno infatti questa volta ci ha fermato a Thiruvananthapuram, per gli amici Trivandrum, capitale del Kerala e città descritta nel libro L’India per Signorine di Rosa Matteocci (che consiglio a tutti di leggere prima di venire a fare un giro da queste parti). Dopo essere stati abbordati dalla solita mandria di tassisti abbiamo preso il passaggio fino a Kovalam.
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Kovalam in fondo non è molto diversa da Varkala. La parte turistica è costituita da un’unica strada che costeggia la spiaggia e sulla quale giacciono tutti gli alberghi e i ristoranti. A differenza di Varkala qui è più facile trovare alberghi piuttosto grandi e con piscina (ma di qualità pur sempre indiana). Fatta eccezione per il faro sul promontorio meridionale (sul quale si può salire per godere della vista a picco sulle rocce) devo dire che non mi ha fatto grande impressione. La lunga spiaggia è rotta ogni tanto da qualche porzione di roccia ed è nella tipica sabbia gialla che c’è da queste parti mista a sabbia nera, non frutto di inquinamento (almeno credo). Essendo racchiusa in un’insenatura in acqua c’è una corrente fortissima e le discrete onde ne fanno un posto frequentato da surfisti.
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Adesso mi aspettano le ultime due settimane di campus e poi si va nel Goa per una settimana e poi dritti a New Delhi!

01
nov

Sul popolo indiano

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E’ la prima volta che passo così tanto tempo in Asia (nei miei precedenti ci sono solo poche ore a Izmir, Turchia) ma credo di poter dire che gli indiani fanno un po’ storia a sè come popolo. Prima di tutto hanno un fortissimo senso della nazione. I padri della nazione, Mahatma Gandhi, Neru e la figlia Sonia, sono venerati quasi come Shiva o Vishnu.
Come se poi avessero bisogno di altri dei. Il loro rapporto con la religione e le tradizioni è altrettanto forte. Nonostante sia in un campus dove chi lo frequenta è davvero, ma davvero ricco per la media dei redditi indiani, tutti osservano pedissequamente le festività del calendario indù, e sono davvero tante. Qualche giorno fa ad esempio è stato il Diwali, il capodanno indù. Circa 3 settimane fa invece è stata la volta di un’altra festa, che celebrava il massacro da parte di una dea di un demone, e in campus hanno organizzato una danza tipica della celebrazione da farsi con degli stecchetti. Credo che sia questo attaccamento alle tradizione che impedisce l’occidentalizzazione degli usi e dei costumi, cosa che sta piano piano arrivando in Cina.

Secondo aspetto. Quello indiano è il popolo più amichevole che io abbia mai visto. Nel mondo occidentale spesso c’è persino riluttanza a parlare con il proprio vicino, qui invece è come se fossero tutti amici, anche con noi bianchi. Quando siamo in giro per Calicut c’è sempre chi ci ferma, si presenta e rimane a fare 2 chiacchiere con noi. Tutti sono veramente gentili e disponibili come nessun altro popolo con cui sono entrato in contatto. Ancor di più all’interno del campus, soprattutto tra studenti. E non è perché noi qui siamo i “ricchi occidentali”, di cui se ne vedono pochi in giro, anche tra di loro. Per fare un esempio, quando prendiamo il taxi, visto il ridicolo costo, lasciamo che ci aspetti per riportarci a casa. Durante l’attesa il tassista si intrattiene sempre con la prima guardia che c’è in giro, oppure con un altro tassista o semplicemente qualcuno che si trova lì per caso, come se fossero vecchi amici.

Ma nonostante all’apparenza lo stress non sanno nemmeno cosa sia, nemmeno nei momenti di pressione dal punto di vista universitario, capita che alcune cose che sembrano essere frutti della nostra cività frenetica, arrivino anche qui. Una decina di giorni fa una ragazza del campus si è suicidata nell’ostello delle ragazze, dove viveva. Da quello che abbiamo saputo era depressa e prendeva farmaci. La notte di due martedì fa ne ha ingeriti abbastanza da togliersi la vita. Portava il gesso a una gamba e aveva appena ricevuto la notizia che si sarebbe dovuta operare di nuovo, cosa che le avrebbe fatto perdere ulteriore tempo impedendole di laurearsi. Piccole cose che per una persona indebolita dalla depressione possono essere fatali. Anche in India.

11
ott

Italo-Indiano: Varkala Beach

E chi se n’era accorto che era da così tanto tempo che non aggiornavo il blog. Credo valga la pena spendere due parole sullo scorso “weekend lungo”. La guida dell’India che ho io, la National Geographic, dice che prendere un treno qui è un’esperienza da fare assolutamente, quindi quale miglior occasione di un viaggio di circa 400km (in linea d’aria) da Calicut? Ovviamente nell’ottica indiana un viaggio di questa distanza si traduce in 8/9 ore di viaggio. La soluzione più ovvia era un treno notturno. Facciamo il biglietto, poco più di 2000 rupie (quasi 35€), comprensivo di andata e ritorno, cuccetta, lenzuola e classe più alta del treno. Arriviamo in stazione puntuali, mentre il treno con una decina di minuti di ritardo. Panico alla ricerca della carrozza. Ci passano davanti un po’ tutte, dalla prima classe con posti simili a quelli dei nostri Eurostar (sempre contestualizzati agli standard indiani), le classi inferiori piene di gente, senza porte all’ingresso dei vagoni e e con delle sbarre al posto dei vetri alle finestre. Ci passa davanti la classe femminile e, dopo le merci, l’ultima classe davvero infima. E il nostro vagone? Corriamo alla ricerca, per fortuna che il treno sta fermo almeno una decina di minuti. Assistiamo alle proverbiali salite degli indiani sul treno in corsa. La cuccetta è decente. A parte qualche insettino in giro, non posso lamentarmi e quando c’è l’aria condizionata si sta sempre bene, quindi mi faccio le mie 6 o 7 ore filate di sonno.

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Varkala Beach è un posto meraviglioso. E’ l’unico della costa del Kerala in cui la costa non scende dolcemente in mare ma che, tra la spiaggia e l’interno, ha un costone di roccia alto tra i 20 e i 30 metri, magari qualcosa in più in alcuni punti. La pietra rossa, onnipresente in Kerala, e la strada che costeggia il bordo del cliff con le case arroccate contribuiscono a renderlo un posto unico.
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Ci sono i turisti occidentali! Wow! Essendo la spiaggia praticamente unica per tutti riesco a capire che in tutto saremo meno di un centinaio, i locali ci assicurano che tra un mese qui si riempie di gente fino a dicembre. La stradina che costeggia il cliff è piena di negozi di souvenir e artigianato, ristoranti, e ogni tanto qualche agenzia di cambio e un paio di grocery. Nei 3 giorni di permanenza abbiamo fatto amicizia con tanti negozianti che ci hanno spiegato che loro pagano un fitto di circa 3000€ all’anno per stare lì. C’è da contare che il prezzo medio di vendita una maglietta è tra le 150 e le 250 rupie, tra l’euro e l’euro e cinquanta. Contrattiamo ogni cosa, dai souvenir al pesce la sera. Ho mangiato pesce fresco ogni sera, spesso cucinato con masala e sulla brace avvolto in una foglia di ora mi sfugge che albero platano.
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La spiaggia è in sabbia, con l’Oceano che in questo periodo ne lascia poco ai turisti. Praticamente c’è una spiaggia per i turisti occidentali mezza vuota (con gli ombrelloni, un euro al giorno) e una per gli indiani oltre una scogliera che la domenica si è riempita di gente in cui ci sono anche i pescatori. In mezzo due guardie che controllano che gli indiani non diano fastidio ai turisti e soprattutto che non affoghino. Ci spiega una delle guardie che gli indiani non sanno nuotare, soprattutto le donne, è che è meglio che non vadano dove l’acqua gli è più alta delle ginocchia.
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Nota finale: il 90% degli indiani, unomini e donne, fanno il bagno totalmente vestiti.

01
ott

Paese che vai…

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Rallentare, attraversamento sceicchi (Doha – Qatar).

29
set

Italo-indiano: Kappa Beach

Dopo il primo bagno in assoluto in un fiume (e in generale in acqua dolce che non fosse la vasca da bagno) è toccato anche bagnarmi nell’oceano. Oggi in tre non avevamo lezione quindi abbiamo preso il taxi e ci siamo fatti portare a Kappa Beach, a una trentina di chilometri dal campus.p1030109.jpg

La spiaggia è sterminata, chilometri e chilometri di sabbia con alberi e palme che arrivano a pochi metri dal mare. Ogni tanto questa distesa veniva rotta da scogli in pietra nera ma nessun essere umano a perdita d’occhio che prendesse il sole o facesse il bagno. Ogni tanto si vedevano alcuni indiani passeggiare sulla spiaggia, ovviamente vestiti.

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La cosa che ci ha stupito è che molti erano coppiette, le quali ovviamente al massimo si sfioravano le mani. Molti altri invece erano gruppi di ragazzi e alcuni di questi camminavano tenendosi per mano, siccome l’abbiamo visto fare molto spesso probabilmente non si tratta di gay ma di un uso locale, uno dei tanti aspetti “strani” di questo paese. Indagherò.

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Come succede spesso quando ci spostiamo diventiamo l’attrazione di chi ci vede. Il Kerala è una località abbastanza turistica a quanto ne so, ma soprattutto quando giriamo nei piccoli villaggi ci rendiamo conto che occidentali non ne vedono così spesso. Così capita che la mia collega in costume scateni un passeggio anormale di uomini (sembrerebbe che alcuni abbiano anche fatto la foto con il cellulare) o che ragazzi indiani chiedano al sottoscritto di posare con loro per una foto.

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Il 14 dicembre è ancora lontano, mi sa che quest’”inverno” recupero i pochi bagni di quest’estate…

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