27
gen

Milk

Milk locandinaLa corsa agli Oscar quest’anno è davvero dura. C’è Slumdog Millionaire che è un bellissimo film, già vincitore del Golden Globe nella categoria drama. C’è Milk che è altrettanto bello, forse anche di più di Slumdog, e che al Golden Globe invece è stato lasciato fuori dai premi, anche se qualche candidatura l’ha avuta. Mi mancano da vedere Lo Strano Caso di Benjamin Button e Frost/Nixon. The Reader non mi attira particolarmente.

Tornando a Milk, i film di Gus Van Sant non mi hanno mai attirato e infatti ero ancora vergine per quanto riguarda questo regista. Questo lavoro invece affronta la tematica dei diritti civili per i gay negli Stati Uniti della metà-fine anni ‘70, dove se una persona era dichiaratamente gay poteva perdere casa e lavoro. Su questo background parte  da un quartiere di San Francisco la rilolta perlopiù pacifica e politica che porta al riconoscimento di tali diritti civili, combattendo contro altri politici e fondamentalisti che lottavano per la segregazione degli omosessuali.

Il tema è particolarmente attuale perché in California nello scorso maggio fu approvata una legge che permetteva alle persone di sposare chiunque amassero, a prescindere dal genere. A novembre tale legge è stata abrogata da una proposta di iniziativa popolare, l’infame Proposition 8, nonostante l’appoggio e i fondi di aziende come la Apple e Google (chissà se lo sa il Vaticano che ha appena aperto il canale su YouTube). Per fortuna negli anni 70 finì meglio per la proposition, un po’ meno per Harvey che fu ucciso.

E non posso chiudere senza parlare di Sean Penn che sta inanellando una serie di interpretazioni eccezionali a partire da Mi Chiamo Sam, passando per Tutti gli Uomini del Re. Spero vivamente vinca l’Oscar come miglior attore (mi dispiace Mickey).

13
dic

Slumdog Millionaire

slamdogCredo fosse dall’anteprima di X-Files I Want To Believe che non andavo al cinema, quindi all’incirca la settimana di Ferragosto. Come previsto il biglietto del cinema è ulteriormente aumentato, come prevedibile, da 7.70€ a 8€. Di questo passo in un paio di anni arriviamo ai 10€. Chissà quando avranno intenzione di fermarsi. E non diamo la colpa alla pirateria perché ieri sera al Bicocca ho dovuto fare una discreta fila a tre quarti d’ora dall’inizio dello spettacolo delle 22.50.

Tornando al film, il prescelto per il mio ritorno nelle sale è stato Slumdog Millionaire (The Millionaire) di Danny Boyle (Trainspotting, 28 Giorni Dopo). Non potevo perdermi questo film in quanto ambientato in India, quasi interamente a Mumbai. E’ un film sul destino, uno degli aspetti predominanti della cultura indiana. Infatti se c’è una cosa che ho imparato sugli indiani è che se ne sbattono perché tanto se deve succedere succede, detto in parole povere.

Il film è davvero un bellissimo lavoro, tant’è che attualmente è 166esimo nella top 250 di imdb. La storia vede in parallelo le immagini della partecipazione di Jamal a Chi Vuole Essere Milionario, la sua vita da quando era un bimbo nelle baraccopoli dell’allora Bombai, e il pesante interrogatorio che subisce dalla polizia indiana per frode.

Il film vede una co-regia anglo-indiana. Quello che ho notato io è che c’è una forte presenza della “vera India” nello  sfondo della storia, nelle immagini di Mumbai e del resto dell’India. Un po’ meno realistici ho trovato alcuni comportamenti dei personaggi, dai modi un po’ troppo marcatamente occidentali. Poi il doppiaggio come al solito non aiuta. Spettacolare però la sigla finale, vi consiglio di non alzarvi dalle sedie fino alla fine della prima parte dei titoli di coda. Però è un film davvero bello, lungo il giusto (2 ore) e con una bella colonna sonora. Consigliata la visione.

14
ago

X-Files: I Want To Believe

Ci sono due tipi di episodi di X-Files: il primo è quello classico di rapimenti alieni, cospirazioni, ibridi e cancro nero, gli episodi che per intenderci portano avanti il main-plot della serie. Ci sono poi le puntate, solitamente autoconclusive, che raccontano una singola indagine e che hanno per argomento eventi paranormali nella maggior parte dei casi non extraterrestri.

Il primo film, Fight The Future (1998), era della prima categoria, il secondo della seconda. Il punto però è che nel 1998 ci sarebbero state davanti altre 5 stagioni (infatti Fight The Future cronologicamente si pone tra quarta e quinta stagione su un totale di 9). Davanti a questo film non so proprio cosa possa esserci.

Ma facciamo un passo indietro. X-Files si è concluso nel 2002 con la doppia puntata The Truth con l’agente Mulder braccato dall’FBI e dall’esercito per essersi introdotto illegalmente in una base militare e, dopo la cattura, esserne evaso. Nelle puntate precedenti si era chiuso il cerchio sulla sorte della sorella Samantha, oramai certamente morta. Il figlio di Scully, William, invece è stato dato in adozione sempre in una delle ultime puntate, ma rimane fitto il mistero sulla paternità in quanto non può essere stato suo figlio naturale (lei è sterile dopo gli esperimenti) e il tentativo di fertilizzazione in vitro (con Mulder come donatore) sembrò fallire. La cospirazione per l’invasione della Terra intanto non fu fermata dai due agenti, i quali scoprirono però che la data di inizio sarebbe stato il celebre 21 dicembre 2012. E C.B.G. Spender, alias l’uomo che fuma, è morto.

Fatte queste premesse inizia I Want To Believe. Lo stesso tempo che ci separa dalla serie tv è passato anche nel mondo fictional: Mulder è ancora in fuga e isolato dal resto del mondo, tranne ovviamente per Scully con cui sembra avere una relazione stabile. Lei è invece medico a tempo pieno. L’FBI ha bisogno del loro aiuto per ritrovare una loro agente, offrendo a Mulder la totale cancellazione dei suoi reati. Così inizia, e si conclude senza particolari indizi che lascino pensare collegamenti a una trama più ampia, il secondo film della serie.

Pochi i riferimenti alle domande ancora insolute. Mulder che fa riferimento a William come “…nostro figlio…” (ma potrebbe sempre essere un nostro di empatia affettiva) e, sempre riferito al bambino, un collegamento che fa con l’età di uno dei pazienti in cura da Scully (ma senza alcun altro indizio particolare). Compare il mitico Direttore “Skinnettino” Skinner, ma fa poco più che un cameo (però devo dire azzeccatissimo).

Il film è abbastanza gradevole e tocca un po’ di temi interessanti come l’accanimento terapeutico e i preti pedofili. Gillian Anderson era da un po’ che non si faceva vedere sugli schermi e sono abbastanza lontani i suoi cappottoni e tallieur che portava nei primi anni ‘90. Duchonvy anche è invecchiatuccio ma lo si era visto ogni tanto in giro, tra cui nel recente e apprezzabile Californication.

I Wanto To Believe non mi è dispiaciuto e Chris Carter ha fatto un buon lavoro nel rispolverare i personaggi che l’hanno reso famoso. Volevo vedere più collegamenti con la serie, questo senza dubbio. Ma chi può dire cosa ci riservi il futuro, io voglio crederci.

25
lug

Il cavaliere oscuro

The Dark Knight ha avuto tante ragioni per far parlare di sè. La prima è stata perché si tratta di un film di Batman, una di quelle mega produzioni su cui le case cinematografiche investono davvero tanto. Poi è venuta la tragica fine di Heath Ledger. In ultimo il lancio col botto al botteghino, le ottime critiche (facendolo persino saltare al primo posto della mitica Top 250 di Imdb, scalzando The Godfather, che da un po’ se la giocava con The Shawshank Redemption (a.k.a. Le Ali della Libertà)). Io l’ho appena visto. Sì, è davvero un capolavoro, non so se può scalzare il Padrino ma è sicuramente destinato a diventare un classico.

L’impressione che ho avuto è che The Dark Knight riesce davvero a centrare l’obiettivo di sondare la parte oscura del personaggio e trasmettere emozioni allo spettatore. Non come quella pippa di Spiderman 3, in cui il suo lato nero consiste nell’andare in giro per NY combinato da emo a fare il cretino con le ragazze. Batman arriva a quella parte di sub-conscio che ha paura. E le paure che vengono rappresente nel film sono le stesse della nostra società. C’è la paura di qualche psicopatico terrorista che possa, con un dito, far fuori centinaia di persone. C’è la paura che il prossimo, e per una reazione a catena tutta la società, possa soccombere alla parte oscura. C’è la paura del non potersi più fidare di nessuno, dal vicino di casa al “simbolo”.

Due parole su Heath Ledger. Il suo Jocker da solo è un capolavoro, grazie sia alle capacità dell’attore, sia alla bravura del regista. L’Oscar lo merita davvero. Questo in realtà non è il suo ultimo film, c’è ancora The Imaginarium of Doctor Parnassus che Terry Gilliam tiene in caldo in post-produzione, sperando che il cast quasi stellare gli consenta di trovare più facilmente un distributore rispetto ai suoi ultimi lavori.

Infine, come dice Jocker “La lingua batte dove il dente duole”. Non vorrei sembrare ripetitivo ma il doppiaggio è davvero, ma davvero, pessimo. Fatta eccezione per Jocker e per Batman che rimangono sulla sufficienza, tutti gli altri sono inguardabili e inascoltabili. Il lip-sync… non c’è un lip-sync e le voci sono sempre quelle 3 o 4. Non so davvero con che coraggio si incensino così tanto i doppiatori italiani. Da vedere rigorosamente in lingua.

04
mag

Road to India: The Darjeeling Limited

I preparativi per i miei 3 mesi di “ritiro spirituale” in India stanno lentamente andando avanti. Sono arrivate le date, dal 3 settembre ai primi di dicembre, e i nomi degli esami che potrò sostenere. Sto facendo il passaporto e appena posso andrò a fare le vaccinazioni, che non sono obligatorie ma è meglio avere il culo parato su epatiti e malarie.

Sempre in preparazione al viaggio ieri sono andato a vedere The Darjeeling Limited (Un Treno per il Darjeeling). Davvero un film splendido. E’ la storia di 3 fratelli che dopo alcuni screzi si ritrovano in un viaggio in treno attraverso l’India per recuperare il loro rapporto e per andare a trovare la mamma che si è fatta suora ai piedi dell’Himalaya. Il film è davvero molto molto bello, va avanti tra momenti divertenti e più toccanti, fino al momento in cui i fratelli Whitman si riavvicinano. La cultura indiana appare molto spesso e tra poco la potrò toccare con mano anche io. Una cosa è sicura, pensavo di aver visto di tutto in Turchia, ma i tassisti indiani guidano anche peggio.

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